Turchia. Il genocidio armeno 98 anni dopo, tra memoria e tabù

Articolo di Emanuela Pergolizzi, Osservatorioiraq.it, 25 aprile 2013

Quei binari che nel 1915 hanno trasportato centinaia di deportati verso la provincia siriana di Der-Es-zor, dove i sopravvissuti a quasi duemila chilometri di viaggio hanno morte certa nel deserto, sono ancora lì.

A ricordare il milione e mezzo di vittime del genocidio armeno, centinaia di manifestanti riuniti in piazza Taksim, accompagnati dai garofani e dallo slogan “bu acı hepimizin”, “questa sofferenza appartiene a noi tutti”: a tutti gli armeni, ma anche a tutta la Turchia.
Ciononostante il genocidio armeno rimane ancora un tabù per Ankara, e parlarne è costato un processo al premio Nobel Orhan Pamuk nel 2005.

E’ ancora facile, infatti, scivolare nel mirino dell’articolo 301 del codice penale, controversa disposizione che condanna le offese all’identità nazionale turca.

Così come è ancora aperta la ferita dell’uccisione del giornalista Hrant Dink, direttore del settimanale turco-armeno Agos, morto per mano di un militante ultranazionalista il 19 gennaio del 2007.

Eppure è innegabile che i dieci anni di governo dell’Akp abbiano apportato alcuni timidi miglioramenti, anche grazie al coraggio e alle spinte incalzanti della società civile.

Risale al 2008, infatti, la prima visita di un presidente della Repubblica turco alla capitale armena di Yerevan, dove Abdullah Gül si è recato per assistere alla partita di qualificazione ai mondiali delle due nazionali.

Sorprendente, inoltre, la diffusione del libro di Hasan Cemal, giornalista nipote di Cemal Pasha, architetto delle violenze perpetrate a danno della minoranza armena sul finire dell’impero ottomano.

Publicato nel 2012 il volume, che è già un bestseller, affronta per la prima volta le responsabilità del movimento dei Giovani Turchi senza reticenze, a cominciare dal titolo : “1915, il Genocidio Armeno”.

L’intraprendenza e il coraggio delle parole di Hasan Cemal non hanno subito alcun processo, ma il giornalista ha recentemente perso il posto di lavoro presso il quotidiano Milliyet, dove lavorava dal 1998, e secondo alcuni per aver apertamente criticato il premier Erdoğan in uno dei suoi ultimi articoli.

Passi avanti, dunque, sempre però inframezzati da battute d’arresto dinnanzi a migliaia di famiglie armene che aspettano ancora giustizia.

A queste si aggiungono, da pochi mesi, le vittime di misteriosi e preoccupanti attacchi nel cuore europeo di Istanbul.

L’antico quartiere di Samatya, storico centro della comunità armena della città, è stato teatro di violente aggressioni contro anziane donne armene di ritorno dalla chiesa di San Giorgio.

Per prima Maritsa Küçük, ottantaquatr’enne uccisa a coltellate lo scorso 28 dicembre. Segue un tentato rapimento, fortunatamente fallito il 6 gennaio.

La sera del 22 e del 23 dello stesso mese, invece, altre due donne, di 83 e 84 anni, sono state brutalmente uccise a pochi passi dal centro del quartiere.

Su questa scia di omicidi, denunciate dal quotidiano turco-armeno Agos fondato da Hrant Dink, non è ancora stata fatta chiarezza, mentre aumenta la paura di una nuova ondata di razzismo.

“Il ministro degli Interni Muammer Güler dovrebbe prendere personalmente l’incarico di indagare su queste morti”, insiste la giornalista Mehves Evin dalle pagine del quotidiano Milliyet, che sottolinea di “ricordare bene come (il ministro) rifiutò di procedere alle investigazioni sulla morte di Hrant Dink, quando era governatore di Istanbul”.

Le candele, i garofani, i nomi delle vittime elencati in piazza a Taksim, sotto il suono dei düdük, i fischietti dei manifestanti, chiedono proprio questo: di fare sì che la storia non si ripeta, tanto a Samatya come nel resto della Turchia.

“Il ministro Güler – prosegue l’articolo di Evin -, ha promesso che farà volare le colombe della pace nel sud-est del paese”, facendo riferimento ai recenti negoziati di pace tra l’Akp e il movimento curdo del PKK.

“Ora ci aspettiamo che faccia lo stesso a Samatya e in tutta la Turchia”.

Al governo dell’Akp si affida quindi la pesante responsabilità di fare giustizia, di risanare una memoria ferita e di accettare una tragica eredità per voltare pagina e costruire una Turchia migliore.

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